Diritto allo studio?


Ho un figlio in quinta elementare. Ricordo ancora l’immensa gioia che ho provato quando l’ho accompagnato a scuola il primo giorno. Poi col passare degli anni abbiamo dovuto affrontare problematiche varie che ci hanno messo davanti alla realtà scolastica attuale e soprattutto all’impreparazione di chi deve gestire. Problemi e soprattutto scarsa volontà non solo a risolverli, ma soltanto ad affrontarli con coerenza, che ci hanno costretto a cambiare istituto. Ed eravamo solo alla fine del primo ciclo, quello delle elementari. Oggi leggo un articolo sul Corriere che mi ha lasciato dentro una profonda amarezza. Si parla di integrazione scolastica, diritto allo studio, problematiche di alcuni bambini. Angosciante davvero. Incredibile che ai giorni d’oggi esista un mondo così insensibile e scarsa volontà a permettere anche simili mancanze.

La prima campanella è suonata ormai da un paio di settimane ma non per tutti. Ci sono bambini e ragazzi, dalle elementari alle superiori che a scuola possono andarci soltanto quando ci sono le condizioni: dal bidello che li accompagna in bagno e li aiuta a mangiare, al pullmino attrezzato per le sedie a rotelle, fino all’educatore e al maestro specializzato, di sostegno. Niente (o pochi) aiuti, niente (o poca) scuola. Così funziona l’integrazione scolastica ai tempi della crisi. La campanella è suonata ma per alcuni si cercano ancora soluzioni, si inventano, si media, si spalmano gli aiuti. E in tanti restano a casa.

Alessandro, 9 anni, fa la quarta elementare alla statale Bocconi di Milano. Ha un handicap grave, «ritardo di sviluppo», avrebbe diritto all’insegnante di sostegno (tocca al Ministero) e agli educatori (tocca al Comune, che gira il denaro alle scuole per pagare le cooperative). Così è sulla carta. Ma le cose poi vanno diversamente: «A settembre mi chiama il preside, mi vergogno, dice mortificato, ma non ci sono i soldi per le cooperative, o paga lei o il bambino sta a casa fino a novembre», racconta la madre di Alessandro, che ha scritto al sindaco Pisapia («nessuna risposta»). «Allora ho fatto una donazione alla scuola e mio figlio adesso è con i suoi compagni. Certo, quando ho fatto il bollettino in Posta, 1.280 euro per cinque settimane di scuola, avevo il nodo alla gola. Ma non ci sono alternative». Come la mamma di Alessandro, in un angolo, da scacco matto, ci sono migliaia di genitori nelle scuole di Milano e di tutto il Paese. Sono forti, determinati, esausti, sempre propositivi. Se chiedi come si sentono danno tutti la stessa risposta. Soli. (Come si saranno sentiti i genitori della bambina down cancellata dalla foto di classe. Le scuse a quella famiglia sono arrivate quando la storia, l’altro giorno, è finita sui giornali).

C’è il diritto allo studio e l’inclusione scolastica. Si possono fare, e vincere, cause e ricorsi. «Ormai ne presentiamo migliaia all’anno – dicono le associazioni -. Ma il problema resta». Il sistema non tiene più.

Ecco la testimonianza di Giovanna Laguaragnella, maestra di sostegno da 25 anni, oggi insegna alla Casa del sole, storica scuola elementare pubblica milanese. «Le famiglie sono abbandonate. Soltanto per i casi gravi è previsto il rapporto uno a uno quindi si chiedono insegnanti in deroga, per gli altri non c’è nulla e così salta la prevenzione per chi potrebbe recuperare. Noi abbiamo 24 disabili di cui otto gravi e la copertura c’è per nove».
Ma l’emergenza non è legata soltanto al numero insufficiente degli insegnanti di sostegno. “Mancano formazione e aggiornamento e bisogna battere strade nuove, sperimentazioni”
(corriere.it)

Un pensiero su “Diritto allo studio?

  1. Nella scuola media frequentata da mio figlio, l’insegnante di sostegno è garantita solo per quattro ore settimanali a bambino (neanche un’ora al giorno) tutto il resto è demandato alla famiglia, ai volenterosi bidelli, insegnanti, autisti degli scuolabus, ai compagni di classe. Se è vero che da un lato tutti imparano ad essere solidali verso i ragazzi disabili, dall’altro tutti imparano cos’è la sfiducia verso le istituzioni. Finchè siamo noi adulti, bah, la sfiducia la conoscevamo già…ma che la imparino bimbi di undici anni è triste.. molto molto triste

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